Il partito che non c’è – Piantare alberi che non vedremo crescere

 

In questi ultimi mesi, lo diciamo senza mezzi termini, appassionarsi alle vicende politiche ed istituzionali del nostro Paese è stato impossibile. Dal 4 marzo scorso, siamo tutti (o siamo stati) all’isterica ricerca di una guida capace di assumersi le proprie responsabilità su temi che comprendono, solo per citare un esempio, lo stato di salute della nostra economia. Immersi in un’ampolla d’acqua, noi italiani, abbiamo avuto lo stesso comportamento dell’olio: sono venuti a galla tutti i nostri limiti, come singoli cittadini e come appartenenti a un sistema. Probabilmente – e non siamo i soli a pensarlo e a dichiararlo apertamente – parliamo di uno dei momenti più bui della nostra vita politica e istituzionale dal secondo dopoguerra a oggi. Più volte l’intenzione sarebbe stata quella di invitare ogni italiano di buon senso ad abbandonare, in via definitiva, i social network, per tornare a studiare sui banchi di scuola: solo in questo modo, evitando certe derive, si potrebbe salvaguardare la nostra Democrazia. Ma quanti avrebbe compreso un simile appello? L’Italia tratteggiata in un famoso articolo del 2008 scritto dal Tullio De Mauro, nel quale si dichiarava che solo il 20% dei nostri concittadini “possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”, non cresce, non matura, non migliora. Anzi. Il timore che i social network si siano trasformati da risorsa del confronto “2.0”, a ultima dimora del ragionamento e del buon senso, è forte e giustificato: basta dare uno sguardo a ciò che siamo capaci di scrivere e condividere, per comprendere come qualcosa sia andato storto. In questa brutta istantanea, ci siamo tutti: da quelli che preferiscono alimentare i propri pregiudizi invece che condividere nuove idee, a quelli che, con spirito indomito, tentano di dimostrare come sia possibile realizzare un progetto concreto per un’Italia diversa. Come recita un vecchio proverbio “Noi dobbiamo essere capaci di piantare alberi che non vedremo crescere”: per questo motivo, guardare avanti, oggi significa uscire dalla logica del “qui e ora”. E’ giunto il momento, improcrastinabile, di restituire alla Scuola Pubblica – perciò agli studenti, ai docenti, ai dirigenti e ai genitori – tutto quel che nel corso di questi anni le è stato tolto. Parlando di politiche migratorie è ormai evidente come la Scuola rappresenti oggi il primo presidio dello Stato in ordine a questioni come “accoglienza” e “integrazione”: pensiamo solo ai docenti elementari che lavorano nelle periferie delle nostre città e che sono stati lasciati soli ad affrontare ogni tipo di problema. Con scarsi fondi, con pochi progetti, in mancanza di una formazione che risponda alle nuove necessità della società che cambia, armati solo del proprio bagaglio di umanità e della propria esperienza. Per questo, e altri motivi, la rinascita di questa Nazione non può oggi, né potrà in futuro, prescindere da una rinnovata cura rivolta alla sua maggiore istituzione formativa ed educativa. Tra le sfide future quella che intraprenderemo sulla Scuola Pubblica sarà lunga e senza pause: con molta probabilità non vedremo crescere gli alberi che avremo piantato, ma dopo di noi – ne siamo certi – gli italiani di domani potranno camminare attraverso meravigliose foreste.

2018-05-31T14:06:38+00:00